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Il pensiero arcaico e gli emisferi del cervello

Tipologia: 
Evoluzione
21 settembre 2016
Nel corso dell'evoluzione umana si è verificato un passaggio progressivo dal dominio dell'emisfero destro del cervello al dominio di quello sinistro, cosa che ci ha consentito di imboccare la via del progresso alla velocità della luce. La tradizione ha lasciato spazio al cambiamento e le regole hanno sostituito le immagini nei sistemi del pensiero
Gli emisferi del cervello

Il progresso umano è stato caratterizzato da un ritmo sempre più frenetico, che ci ha condotto dalla lentezza esasperata degli inizi alla velocità parossistica di oggi. Nel Paleolitico tutto durava tantissimo: ripetizione fedele di quanto imparato attraverso l'osservazione diretta e conservazione della cultura degli avi, in una parola “tradizione”, poi all'improvviso un'evoluzione esponenziale ha segnato il destino della nostra specie. La summa delle conoscenze acquisite favorisce le nuove scoperte, quindi una volta raggiunto un certo livello tutto diventa più facile. Ma all'occhio attento non può sfuggire che qualcosa è cambiato nella mente umana. Molto probabilmente non è nelle dimensioni del cervello che dobbiamo cercare la risposta all'enigma, dal momento che Neanderthal e Cro-Magnon avevano un cranio più capiente del nostro e tuttavia non producevano innovazioni a scadenze brevissime, come avvenuto dal Neolitico in poi. Gli studi compiuti sul funzionamento della nostra materia grigia hanno individuato le diverse funzioni ascrivibili ai due emisferi del cervello. L'emisfero sinistro, che negli esseri umani moderni rappresenta quello dominante, presiede la mente cosciente, il ragionamento consecutivo e la parola, l'analisi delle parti e la scrittura, distingue il simbolo dal suo significato, non ha emozioni, conosce spazio e tempo, e si percepisce come “io” separato dal resto del mondo. L'emisfero destro, invece, controlla la mente subconscia, l'intuito immediato, la memoria, la creatività, si diletta con musica e disegno, possiede la visione d'insieme ed è proteso verso il misticismo, non distingue il simbolo dal suo significato, ama, odia, ride e piange, ma non concepisce lo spazio e il tempo, e al contrario dell suo "vicino" si sente parte del Tutto. Bastano queste caratteristiche per comprendere che nel corso dell'evoluzione umana, passo dopo passo, si è verificata una transizione dal dominio destrorso a quello sinistrorso, cosa che ci ha consentito di imboccare l'autostrada del progresso alla velocità della luce. Le succitate specificità rendono evidente che l'emisfero sinistro impara attraverso “regole”, mentre quello destro attraverso “immagini”. Imparare per regole consente di applicare il medesimo principio a un'infinità di fattispecie diverse, ma analoghe, e quindi abbrevia infinitamente i tempi. Imparare per immagini conduce all'imitazione e alla riproposizione del già visto, ovvero alla necessità di sperimentare direttamente ogni diversa fattispecie.
Strumenti paleolitici
La prima tecnica litica usata dal genere homo, l'Olduvaiano, è stata trasmessa quasi inalterata per oltre un milione di anni. Il successivo Acheuleano ha avuto una durata più contenuta, ma comunque si è protratto per più di 600 mila anni. Lasciandoci Habilis ed Erectus alle spalle notiamo un'ulteriore contrazione dei tempi, infatti, la tecnica associata all'uomo di Neanderthal, il Musteriano, ha avuto uno sviluppo durato circa 90 mila anni. All'interno di queste tecniche litiche e delle culture ad esse associate sono individuabili differenti fasi evolutive, ma nel solco di una chiara continuità. Con l'avvento del Paleolitico superiore, l'Homo sapiens europeo ha elaborato uno stile di lavorazione della pietra diverso, dando vita alla cultura dell'Aurignaziano, protrattosi per circa 15 mila anni e sostituito poi dal Gravettiano che si è imposto solo per 10 mila anni. Stessa durata per l'Epigravettiano che ha chiuso il Paleolitico nell'Europa meridionale, mentre il Solutreano e il Magdaleniano, diffusi nell'Europa occidentale, hanno avuto una durata ancora più contenuta. A ben vedere, è a partire dal massimo glaciale, intorno a 20 mila anni fa, che comincia una cavalcata sempre più rapida all'insegna dell'innovazione, con una maggiore differenziazione regionale e una sopravvivenza più limitata nel tempo delle varie tecniche litiche (e un ricambio rapido dei costumi). Il superamento della pietra “scheggiata” tipico del Paleolitico prima porta alla diffusione dei cosiddetti “microliti” nel Mesolitico, poi all'esplosione del Neolitico, caratterizzato da utensili in pietra “levigata”. A questo punto le rivoluzioni diventano irrefrenabili: l'arco, l'agricoltura, l'allevamento, i metalli, la scrittura, la ruota, eccetera. Sino all'ultima fase della preistoria una stessa cultura poteva durare quasi una decina di millenni, pensiamo ad esempio al megalitismo di cui si ha traccia dal Neolitico pre-ceramico di Gobekli Tepe all'inizio età del Ferro, invece, a partire dalla Protostoria, i tempi si fanno davvero ristretti e il modo di vivere cambia a ritmo costante nel giro di pochi secoli. L'avvento e la diffusione della scrittura o della ruota certificano il passaggio al dominio dell'emisfero sinistro.
La mente preistorica
Tutte le culture preistoriche hanno le “stigmate” di un funzionamento cerebrale dominato dall'emisfero destro. L'immersione panica nella natura, la sovrapposizione dell'elemento umano a quello animale, l'arte profondamente allegorica, lo sciamanesimo e la magia rispondono perfettamente alle funzioni dell'emisfero in questione. Ma quello che possiamo chiamare il “pensiero arcaico” non si è dissolto dal giorno alla notte, è sfumato lentamente per sparire solo al tramonto dell'Età del Bronzo (in molte aree del pianeta è proseguito a lungo e addirittura sopravvive ancora oggi in alcune regioni). È difficile dire come possa apparire il mondo fenomenico a una mente dominata dall'emisfero destro, probabilmente qualcosa di simile alla percezioni sensoriali sovrapposte che caratterizzano i moderni sinesteti. Peraltro, va ricordato che i sinesteti spazio-temporali “vedono” magicamente una sorta di calendario che scorre in circolo attorno a loro e non a caso nella concezione dei popoli antichi il tempo aveva struttura ciclica, quindi un cerchio e non un percorso rettilineo e infinito come lo percepisce l'uomo dei nostri giorni. Va notato che il linguaggio mitico è una evidente espressione del pensiero arcaico, ovvero di un cervello che impara per immagini, non conosce spazio e tempo, tende al misticismo, fa coincidere simboli e significati (una bandiera e il Paese che rappresenta, un dio e il pianeta a cui è associato, gli elementi materiali - acqua, fuoco, terra, aria - e il loro corrispettivo metafisico). La mente arcaica tramandava le storie con devozione maniacale al dettato tradizionale, tanto che presso popoli di continenti lontani troviamo miti pressoché identici, a testimonianza che millenni e millenni di separazione non sono bastati a far perdere le tracce dell'unità primordiale. Il dominio della mente sinistrorsa ha fatto evaporare il valore della tradizione in favore del cambiamento. Deve essere sottolineato che la memoria è un presidio dell'emisfero destro, quindi non c'è da stupirsi se la mente arcaica ricordava con tanta facilità una mole enorme di informazioni, senza l'aiuto della scrittura (si pensi a coloro che hanno tramandato a memoria i Veda). La moderna mente sinistrorsa ha bisogno di regole perché probabilmente non è in grado di memorizzare tutto quello che era in grado di ricordare il “vituperato” uomo preistorico. Un cervello che impara per immagini e non per regole, inevitabilmente, attribuisce massimo valore all'esperienza che si acquisisce sul campo, ecco il rispetto sacro per gli “anziani” rimasto vivo nei popoli tribali, ma anche nella nostra cultura popolare sino a qualche decennio fa. In questo contesto mai un giovane, che ha poco vissuto, potrebbe avere autorità, mentre dal punto di vista dell'emisfero sinistro non conta avere molta esperienza, ma apprendere tante regole.
«Fra gli etruschi e noi romani c’è questa differenza: noi riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole, essi credono invece che le nuvole si urtino per far scoccare i fulmini. Infatti, dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono perché debbono avere un significato» (Seneca, Nat. Quaest., 2,32).
Giorgio Giordano

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