Alla ricerca della tecnologia scomparsa

Tipologia: 
Archeologia
26 marzo 2017
La tecnica di costruzione usata dai popoli megalitici resta un mistero. Le proposte si susseguono, ma nessuna ha superato la prova empirica. Molti autori “revisionisti” hanno suggerito soluzioni retro-futuristiche, che tuttavia restano altrettanto indimostrate. Analizziamone tre che hanno trovato particolare seguito tra gli appassionati: elettromagnetismo, levitazione sonica, geopolimero
L'ipotesi della levitazione
L'ipotesi della levitazione

La tecnica di costruzione usata dai popoli megalitici resta un mistero. Dai menhir sino alle mura ciclopiche, dai dolmen alle piramidi, non risulta agevole comprendere come siano stati eretti questi templi colossali. Le metodologie di taglio, trasporto e posa dei blocchi risultano sempre enigmatiche, spesso "impossibili". Le proposte si susseguono, ma nessuna ha superato la prova empirica. In effetti, da un punto di vista strettamente scientifico è difficile ammettere, per esempio, che i templi andini come Sacsayhuamán e Ollantaytambo sono stati edificati a traino e spinta. Molti autori “revisionisti” hanno suggerito soluzioni retro-futuristiche, che tuttavia restano altrettanto indimostrate. Merita analizzare tre fra queste ipotesi avveniristiche, che quantomeno provano a dare una soluzione al problema del trasporto. «Ho scoperto i segreti delle piramidi. Ho trovato come gli egizi e gli antichi costruttori in Perù, Yucatan e Asia, unicamente con attrezzi primitivi, trasportarono ed eressero blocchi di pietra pesanti parecchie tonnellate». Così parlò Edward Leedskalnin, l'enigmatico costruttore del Coral Castle, un'imponente struttura megalitica di pietra calcarea, che realizzò da solo nell'arco di 28 anni, a Homestead in Florida. Nel libro "Magnetic Current" espose le sue teorie eterodosse sull'elettromagnetismo.

Nel secolo scorso ricercatori come Leedskalnin, Tesla, Marconi, Hutchison, Ighina diventarono alfieri di una scienza "proibita", che ridisegnava la fisica secondo l'idea di un Universo retto dalla forza di attrazione e repulsione tra i poli magnetici positivi e negativi delle micro-particelle che compongono la materia. Anche gli scienziati nazisti seguirono analoghe intuizioni. In sintesi il lavoro di questi "incompresi" indicherebbe la possibilità di modificare l’andamento del flusso magnetico e di conseguenza la gravità. La scienza moderna non è arrivata alle conclusioni estreme dei sopracitati inventori, ma ha potuto sperimentare in laboratorio la levitazione elettromagnetica. Un'altra soluzione degna di nota è quella della levitazione sonica, anch'essa testata in laboratorio, ipotesi che peraltro si accorda alla perfezione con le stesse tradizioni andine, tibetane, celtiche, eccetera, che parlano appunto di blocchi sollevati grazie al suono di strumenti a fiato o a percussione, dai flauti alle trombe, sino a tamburi e campane. La scienza cimatica ha dimostrato che il suono cambia e modella le forme della materia. Che gli antichi avessero nozioni di cimatica è indubbio, lo provano le caratteristiche di molti siti megalitici e il fatto che alcuni simboli antichi sono ricalcati su forme cimatiche (che si formano ad esempio emettendo una frequenza in direzione di sabbia o borotalco). La scienza ha anche stabilito che il suono può fare levitare gli oggetti. Suono ed elettromagnetismo a ben vedere non sono poi così diversi. I fenomeni elettromagnetici sono fenomeni onda, come le onde sonore e probabilmente qualsiasi altra cosa intorno a noi. La fisica quantistica, infatti, parla apertamente di natura vibratoria della materia, teorizzando che tutto nell'Universo è vibrazione.

Infine, una soluzione di sicuro interesse è stata suggerita dal chimico francese Joseph Davidovits negli anni Ottanta. Lo studioso elaborò una teoria secondo cui la quale le piramidi di Giza e altri monumenti megalitici sparsi per il mondo sarebbero stati costruiti utilizzando una sorta di pietra riagglomerata, una specie di calcestruzzo artificiale, da lui battezzato "geopolimero", e non con la pietra naturale. In pratica gli antichi avrebbero creato i blocchi megalitici sul posto, versando questo cemento ante-litteram in appositi stampi, cosa che ci consentirebbe di saltare a piedi pari il probelema del trasporto, del taglio e della posa. La teoria di Davidovits si fonda su quanto indicato nella famosa "Stele della Carestia", trovata sull'isola Sechel in Egitto e datata circa 200 a.C., dove si elencano i minerali necessari per realizzare la pietra “sintetica” usata dagli antichi nella costruzione dei grandi templi. Peraltro, all'interno di un blocco calcareo della Grande piramide sono state rinvenute fibre organiche e bolle d'aria, insieme a pezzetti d'intonaco rosso. Non solo, in alcuni blocchi il senso delle piccole conchiglie fossili non è ordinatamente orientato nella posizione che assunsero quando si depositarono in fondo al mare, come di norma nella pietra natuale, ma in modo casuale, probabile segno di un impasto. Davidovits è anche riuscito a ricreare in laboratorio una sorta di calcare riagglomerato.
Giorgio Giordano

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